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Quei giovani dimenticati dal lavoro

dic 23rd, 2009 by Balliana

È salito a 781.000 il conto dei posti di lavoro distrutti dall’ inizio della recessione in Italia. Come documentato ieri dall’ Istat, si tratta per un terzo di contratti a tempo determinato. Per quasi due terzi, invece, si tratta di contratti a progetto e lavori ai confini tra il lavoro autonomo e il lavoro alle dipendenze. Sono sempre i lavoratori temporanei, duali, a pagare il conto più salato anche se cominciano a registrarsi riduzioni di posti di lavoro tra i contratti a tempo indeterminato e sono quasi mezzo milione i cassintegrati a zero ore, come si può calcolare sulla base dei dati sulle ore di Cassa Integrazione dell’ Inps.
Questa crisi è già costata in termini occupazionali più di quella, pesantissima, del 1992-3. Anche per questo i consumi in Italia stentano a ripartire. Il miglioramento della congiuntura sin qui è stato in gran parte legato alla domanda estera. Dobbiamo ora sperare che il Bundestag approvi rapidamente i tagli fiscali proposti dai liberali tedeschi e farci trainare dalle esportazioni verso la Germania. Nel frattempo dovremmo concentrare le poche risorse disponibili nell’ offrire coperture assicurative a chi ha perso il  … lavoro o rischia di perderlo, mettendo dei soldi nelle tasche di chi non può che spenderli. La ripresa non cancella il problema: se il 2010 sarà sicuramente migliore del 2009, è comunque destinato a lasciarci in eredità un mercato del lavoro ancora a lungo molto difficile. Mai una crisi era stata così diseguale nel colpire i giovani. La disoccupazione tra chi ha meno di 25 anni è balzata dal 18 al 27 per cento in solo un anno e mezzo. Il rischio di essere disoccupato è di 3,5 volte più elevato per chi è in questa fascia di età che per il resto della popolazione. Non c’ è altro paese dell’ Ocse in cui lo svantaggio relativo sul mercato del lavoro dei giovani sia così forte, nonostante sia sempre più basso (e minore che altrove) il numero di coloro che si affacciano per la prima volta al mercato del lavoro. Non è colpa della demografia, ma del mercato della lavoro duale. Il fatto nuovo di questa crisi è proprio il licenziamento massiccio dei giovani. È un problema sociale nuovo, cui non siamo minimamente preparati. I dati Istat ci dicono che solo il 10 per cento di chi ha perso il lavoro è oggi coperto da sussidi di disoccupazione e indennità di mobilità. Questo significa che l’ estensione della Cassa Integrazione “in deroga” a lavoratori in passato non coperti da questi trattamenti è stato soprattutto un modo per prorogare i trattamenti a chi già li riceveva, lasciando fuori i soliti disoccupati di serie B. Molto opportunamente l’ Istat ha in questi giorni reso pubblici anche i dati sui salari netti percepiti da diverse categorie di lavoratori. Questi dati ci dicono che chi ha un contratto a tempo determinato guadagna un quarto in meno di chi ha un contratto a tempo indeterminato e ha la stessa età e lo stesso titolo di studio. Difficilmente potrà recuperare più in là questo svantaggio iniziale percependo salari più alti perché i lavoratori temporanei ricevono meno formazione (circa il 40% in meno) sul posto di lavoro degli altri. Una carriera lavorativa iniziata nel mercato del lavoro duale è così destinata ad offrire a 65 anni una pensione del 30 per cento inferiore a quella di un lavoratore con le stesse caratteristiche che abbia avuto la fortuna di iniziare fin da subito con un contratto a tempo indeterminato. Solo in Italia questi rischi – perdere il lavoro, trovarsi senza lavoro e senza alcun aiuto dello Stato, essere pagato molto poco, essere condannato a pensioni al di sotto della soglia di povertà, non ricevere formazione – sono tutti inesorabilmente concentrati sui giovani. È un problema e che è stato sin qui colpevolmente ignorato dal governo, convinto che i costi sociali della crisi tra i giovani fossero marginali perché sono comunque aiutati dalle loro famiglie. Si sbaglia perché la disoccupazione tra i giovani non è più solo tra chi è in attesa di entrare nel mercato e vive ancora coi genitori. Si tratta sempre più di persone che hanno perso un lavoro magari trovandosi a centinaia (migliaia nel caso dei lavoratori immigrati) di chilometri dalla loro famiglia. Chi oggi vuole davvero affrontare i problemi di coesione sociale nel nostro Paese non può perciò continuare a ignorare i problemi dei giovani. Come può esserci coesione sociale in un Paese che non dà speranze ai giovani?

Fonte: Tito Boeri – Repubblica

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